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Kant, riflessioni da “Per la pace perpetua”

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Immanuel_Kant_(painted_portrait)Ogni singola pagina della “Zu ewigen Friede” di Kant meriterebbe una profonda riflessione, tanta è la profondità concettuale che il filosofo di Königsberg riesce ad infondere ad ogni sua frase. Copio qui, per chi avrà il piacere di leggerli, alcuni estratti che secondo me meritano di essere condivisi, soprattutto di questi tempi segnati da intolleranza e sostanziale menefreghismo del ruolo che gli uomini dovrebbero avere nel mondo. I passi sono tratti dall’edizione Feltrinelli 2003, traduzione di R.Bordiga.

Sulla libertà:

“La libertà giuridica […] non può venire definita, come pure si fa di solito, come la facoltà di “fare tutto quello che si vuole, a patto che non si faccia torto a qualcuno” […] Non si fa torto a nessuno (si faccia pure ciò che si vuole) quando non si fa torto a nessuno. Si tratta così di una vuota tautologia. La mia libertà esterna deve essere definita piuttosto in questo modo: essa è la facoltà di obbedire a nessun altra legge esterna se non a quelle leggi a cui ho potuto dare il mio consenso”. (pp.  54-55).

Sulle feste di ringraziamento dopo una guerra:

“Le feste di ringraziamento che si fanno nel corso di una guerra per una vittoria in battaglia, gli inni che vengono cantati (nella buona tradizione israelita) al Signore degli Eserciti, formano con il Padre degli uomini un contrasto non meno profondo , poiché oltre all’indifferenza (già deplorabile) rispetto al modo in cui i popoli cercano il loro reciproco diritto, aggiungono la gioia di aver distrutto la vita o la felicità di tanti uomini” (p. 64).

Sul diritto di accoglienza e di visita:

“Qui, come negli articoli precedenti, non è in discussione la filantropia, ma il diritto, e allora ospitalità significa il diritto che uno straniero ha di non essere trattato come un nemico a causa del suo arrivo sulla terra di un altro. Questi può mandarlo via , se ciò non mette a repentaglio la sua vita, ma fino a quando sta pacificamente al suo posto non si deve agire verso di lui in senso ostile. Non è un diritto di accoglienza a cui lo straniero possa appellarsi […] ma un diritto di visita, che spetta a tutti gli uomini, il diritto di offrire la loro società in virtù del diritto della proprietà comune della superficie terrestre, sulla quale, in quanto sferica, gli uomini non possono disperdersi all’infinito, ma alla fine devono sopportare di stare l’uno a fianco dell’altro” (p. 65).

Sulla diversità delle religioni:

“La diversità delle religioni: che strana espressione! Come se si parlasse anche di diverse morali. Ci possono ben essere diverse forme di fede storiche non nella religione, ma nella storia dei mezzi usati per il suo avanzamento e che rientrano nel campo dell’erudizione, e così diversi libri di religione (lo Zendavesta, i Veda, il Corano ecc.) ma ci può essere soltanto un’unica religione valida per tutti gli uomini e per tutti i tempi. Quelle credenze non possono essere altro che il veicolo della religione, che è appunto casuale e può essere differente a seconda dei luoghi e dei tempi” (pp. 77-78).

Sulla federazione di pace (foedus pacificum)

“La ragione, dall’alto del trono del supremo potere che dà le leggi morali, condanna assolutamente la guerra come procedimento giuridico e fa invece dello stato di pace un dovere immediato, che però senza un patto reciproco tra gli Stati non può essere fondato o garantito: così deve necessariamente esserci una federazione di tipo particolare, che si può chiamare federazione di pace […]. Non è cosa impossibile immaginarci la realizzabilità (la realtà oggettiva) di questa idea di federazione, che si deve estendere progressivamente a tutti gli Stati e che conduce così alla pace perpetua” (pp.62-63).

La tripartizione dell’anima nel pensiero di Platone

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210px-Platon-2Uno dei temi più difficili e affascinanti del pensiero di Platone è senza ombra di dubbio quello legato alla descrizione dell’anima e delle sue caratteristiche. Il filosofo di Atene parla a più riprese di questo tema in molti dei suoi dialoghi, soprattutto nel “Fedro”, nella “Repubblica” e nel “Timeo”; l’anima è il principio vitale  ed eterno che esiste in ogni creatura e come tale è soggetta, riprendendo un tema molto caro già ai pitagorici, alla metempsicosi, la “trasmigrazione” da un corpo ad un altro corpo. Accanto a questa visione, Platone ne propone un’altra per specificare, a mio avviso, la complessità dell’anima umana, che viene addirittura “scomposta” in tre parti: un’anima razionale, una irascibile ed una concupiscibile. Ovviamente Platone non voleva sostenere la presenza, all’interno degli uomini, di tre diverse anime, ma sottolineare quelle che oggi definiremmo forze psichiche tra di loro in rapporto.

Analizzando alcuni dei principali miti che Platone aveva scritto a riguardo ho provato a rappresentare, in uno schema, alcuni  possibili rimandi che ogni tripartizione dell’anima può portare:

L'ANIMA PER PLATONE

 

Cercando di affrontare, in modo semplice, lo schema proposto, si può subito notare come le tre diverse “funzioni” dell’anima vengano collocate in precisi organi  del nostro corpo: l’anima razionale avrebbe sede nel cervello, quella irascibile nel cuore  e quella concupiscibile, infine, nelle parti più basse del corpo. E’ bene da subito precisare che in ogni uomo albergano queste tre diverse anime le quali dovrebbero presiedere a funzioni specifichee ed uniche:

  1. anima razionale: intelletto, pensiero razionale
  2. anima irascibile: coraggio, impulsività
  3. anima concupiscibile: appetiti “culinari” (stomaco,intestino) e sessuali (organi di riproduzione)

Platone precisa inoltre che la parte più “forte” tra le tre sarebbe quella concupiscibile, paragonata ad un “mostro dalle tante teste”, chiaro riferimento alla forza che i desideri materiali, spesso inconsci e molteplici, possono esercitare sulle restanti parti dell’anima.  La sezione mediana dell’anima, quella irascibile, viene legata al leone, animale che più di tutti riecheggia potenza; l’anima irascibile è molto importante ma deve essere posta, secondo l’Ateniese, al servizio di quella razionale; se infatti venisse controllata dalla parte concupiscibile, la parte razionale non sarebbe più in grado di “governare” il corpo, portando ad un’esistenza caratterizzata da forti squilibri. Infine, l’anima razionale viene proprio legata alla figura specifica dell’uomo; l’essere umano, infatti, si distinguerebbe da tutte le altre creature per la sua razionalità, tematica che sarà ripresa poi in modo molto bello da Aristotele e che caratterizzerà un po’ tutto il pensiero metafisico occidentale.

I rapporti tra le diverse parti dell’anima sono esemplificati al meglio dal mito dell’auriga e del carro alato, presente nel Fedro; l’auriga6 biga (anima razionale), che vuole guidare  il carro in alto,  verso il mondo delle Idee (verso la conoscenza), deve saper guidare bene i due
cavalli, quello bianco (anima irascibile) e quello nero (anima concupiscibile) che, senza una guida, andrebbero verso il basso. Va da sé che la forza dei cavalli sia più forte di quella dell’auriga, ma questi, se ben educato e buon conoscitore dei due cavalli, può portare ad un corretto andamento del carro (del corpo umano).

E’ sorprendente la grandissima modernità di tale impostazione di pensiero. Ai tempi di Platone non esisteva la ricerca psicologica intesa in senso moderno, come disciplina separata dalla filosofia. Platone era già giunto, senza nessuna pretesa di scientificità, a molte delle idee di Freud riguardo l’esistenza dell’inconscio e così via (Es, Io, Super-io…)Ma, del resto, la psicologia (“studio dell’anima”, nella sua non casuale etimologia) nasce in seno alla filosofia e solo dal XIX secolo se ne è distaccata….

Per finire questo veloce excursus sulle idee di Platone sull’anima, ci si deve focalizzare sulla parte più pratica di questa impostazione, quella che individua la tripartizione dell’anima anche in funzione di una tripartizione sociale, in quella che dovrebbe costituire, nel progetto descritto nella “Repubblica”, la “kallipolis”, la città giusta. In tale città-stato ideale, ogni uomo dovrebbe poter svolgere il lavoro più idoneo alla propria indole, un’indole portabile alla luce solo da un forte sistema educativo gestito dallo Stato. Secondo l’idea di Platone ognuno di noi avrebbe una maggiore presenza di una delle tre caratteristiche dell’anima e, in base a tale “prevalenza”, appartenere ad una determinata classe sociale:

  1. + anima razionale: politici, ossia filosofi: possiedono la saggezza, se ben educati
  2. + anima irascibile: guerrieri: possiedono il coraggio, se ben educati
  3. + anima concupiscibile: artigiani, produttori: possiedono la temperanza, se ben educati  

Non è questa la sede per sviscerare tale impostazione; qui basta ricordare come tale prevalenza di una delle tre “anime” fosse stata spiegata da Platone attraverso il “mito degli uomini plasmati dalla terra” dove il Demiurgo (un dio artigiano), plasmando gli uomini con la terra a sua disposizione, avrebbe messo in alcuni individui più oro, in alcuni più argento e, in altri, più rame. Un mito, secondo me, molto molto suggestivo.

Per concludere, cosa possiamo imparare da tutto questo discorso? Innanzitutto possiamo apprezzare l’enorme complessità del pensiero di Platone e la sua straordinaria forza e modernità; “parlare” con una mente così attraverso le barriere del tempo e dello spazio è uno dei privilegi di chi vuole coltivare la passione per la filosofia. Inoltre dobbiamo ricordare che il modo migliore per poter guidare la nostra esistenza in questo mondo è quella di conoscere bene noi stessi, le nostre pulsioni, i nostri desideri, sempre cercando di trovare un equilibrio tra le forze che spesso ci dominano, anche inconsciamente. Ma non dobbiamo mai scordare che, in primis, siamo esseri umani e che dobbiamo dare maggiore spazio, se vorremo essere “giusti”, all’auriga che è in tutti noi.

 

The Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains

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Che cosa stanno preparando i mitici????

“Weekly Photo Challenge: Let there be light”

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Istambul - Lights at Grand Bazaar!
Istambul – Lights at Grand Bazaar!

L’amore e l’eternità

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L’amore, a detta di molti, è il sentimento  che regge il mondo, il motore propulsore dell’intero universo. È attraverso l’amore che nascono una famiglia, un’amicizia; sempre attraverso l’amore nasce la conoscenza, poiché senza una vera passione ogni sapere diventa solo fine a sé stesso, semplice erudizione.

Già Empedocle aveva detto che nell’universo agiscono due forze separate, Amore e Odio e che solo sotto il periodo di dominio del primo il mondo riesce a reggersi attraverso l’unione degl elementi che lo compongono.

Ma a mio avviso il vero amore è un sentimento che trascende la temporalità e abbraccia l’eternità. Esso è come la musica, come essa si serve di mezzi fisici  per nascere ma questi  sono solo un veicolo per poter squarciare il velo  del tempo ed unirsi a ciò che sempre è.

Se amiamo solo ciò che è corruttibile, siamo condannati solo all’infelicità.

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L'”angosciante possibilità di potere”

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KierkegaardNonostante il clima vacanziero, o forse proprio a causa di esso, mi ritrovo da un po’ di giorni a riflettere su di un tema a me caro, quello delle “scelte” che possiamo fare nel corso della nostra vita. Parecchi filosofi hanno affrontato questo tema nel corso della storia ma vorrei fermarmi a riflettere, oggi, sul pensiero di Kierkegaard. Secondo il filosofo danese la nostra vita è caratterizzata da una continua angoscia derivata proprio dalla libertà di scegliere che caratterizza l’esistenza umana; l’uomo è angosciato, si potrebbe dire, “dalla possibilità di potere”. Lasciando da parte l’origine di tale angoscia, che il filosofo ritrova nel divieto imposto da Dio ad Adamo di mangiare i frutti dall’albero della conoscenza, chi può negare che la vita umana sia davvero caratterizzata, per certi versi, da tale angoscia?

Se riflettiamo attentamente, ogni nostra azione è frutto di una più o meno scelta consapevole. Anche la più insignificante. Nel momento in cui compiamo un’azione, questa diventa irreversibile, con tutte le conseguenze del caso. La libertà, infatti, presuppone la possibilità di agire come meglio crediamo, all’interno di un sistema di valori precostituito con il quale ci troviamo a dover fare i conti. La nostra vita è indissolubilmente legata a quella degli altri e ogni nostra azione porta a necessarie conseguenze, nel breve o nel lungo periodo.

Tutto questo non vuol dire che dobbiamo vivere ogni nostra scelta in modo angosciante, ma che dobbiamo avere la consapevolezza che le scelte sono una nostra responsabilità da non demandare ad agenti esterni, sovrannaturali o terreni che siano.  Se poi dovesse esistere il destino, allora, tutto il discorso cadrebbe in un attimo, lasciando spazio solo al pensiero di una vita decisa a priori  nella quale non saremmo altro  che tristi marionette….

Il passaggio del tempo e i discorsi in spiaggia….

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???????????????????????????????????????Ormai consolidato il fatto che il passaggio del tempo è uno dei miei temi preferiti, l’altro pomeriggio, al mare, ho ascoltato una parte di un discorso di una signora con una sua amica il cui fulcro era proprio lo scorrere del tempo…l’occasione era il compleanno della signora A, che compiva 40 anni mentre un certo ragazzo X, a quanto riportato dalla signora B, ne compiva solo 19; questo dato ha fatto si che la signora A esclamasse la solita “formuletta”: “Ah, quanto vorrei tornare indietro…vorrei proprio far cambio, io 19 e lui 40″….tutto qui, il discorso da me sentito…poi sono sprofondato nella mia musica grazie agli onnipresenti auricolari.

Ora, il discorso è senz’altro banale, ma a chi non è mai capitato di ascoltarlo o di pronunciarlo, seppur con alcune ovvie varianti? Qual è la ragione di un siffatto ragionamento? Non si è contenti della vita attuale e si vuole tornare a quella precedente, come se in quella passata i problemi fossero inesistenti? A mio avviso molti di noi, guardando al proprio passato, lo “colorano” in modo positivo, come fosse una vera e propria “età dell’oro”, senza ricordare come i vari problemi fossero pesanti nel momento in cui si dovevano affrontare. Non metto in dubbio che il passaggio degli anni porti con sé anche un aumento di responsabilità e di preoccupazioni  ma per quanto mi riguarda NON vorrei tornare indietro….a parte il fatto che, ovviamente, è impossibile, ma non cambierei il mio “io di oggi” con quello di ieri…la vita è un percorso in cui ogni tappa è assolutamente necessaria per il nostro sviluppo….quello che si è fatto, quello che non si è fatto, esperienze, non-esperienze concorrono a formare il nostro io attuale che è sempre in crescita (se lo vogliamo).

Tornare indietro per “divertirsi di più”? Perché si ha paura delle rughe? Meglio vivere l’attuale guardando al passato per trarne utili suggerimenti per il futuro cercando sempre di essere contenti di ciò che si è, questa è la giusta via, secondo me.