ermetismo

Giordano Bruno e il dio degli Egiziani, all’insegna della tolleranza religiosa.

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329px-Giordano_Bruno_Campo_dei_Fiori…Ma non manca per questo, che quelli non intendessero una essere la divinità che si trova in tutte le cose, la quale, come in modi innumerabili si diffonde e communica, cossì ave nomi innumerabili, e per vie innumerabili, con raggioni proprie ed appropriate a ciascuno, si ricerca, mentre con riti innumerabili si onora e cole, perché innumerabili geni di grazia cercano impetrar da quella….”

Giordano Bruno, Spaccio della bestia trionfante

Juan de Valdes Leal e i “Geroglifici della morte e della salvezza”

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valdesOggi, nel corso delle mie peregrinazioni nella rete, mi sono imbattuto nella figura di un certo Juan de Valdes Leal, pittore spagnolo vissuto in Spagna nel XVII secolo e autore di due dipinti molto particolari, realizzati per l’Ospedale della Carità di Siviglia. I due dipinti rappresentano due scene di morte e sono conosciuti, a quanto mi è sembrato di capire, sotto il nome di “Geroglifici della morte e della salvezza”. Il primo dipinto da prendere in considerazione è quello che prende il nome di “Finis gloria mundi”, riecheggiando la famosa locuzione latina “SIC TRANSIT GLORIA MUNDI”, “così passa la gloria del mondo”; in effetti l’opera in questione rappresenta due cadaveri in avanzato stato di putrefazione, quello di un vescovo e quello di un cavaliere i quali, dopo la morte, hanno lasciato in terra le loro spoglie mortali così come le ricchezze da loro accumulate nel corso dell’esistenza. Sullo sfondo, in modo da conferire anche una certa geometricità al dipinto, la Mano del Salvatore nell’atto di tenere una bilancia in mano, vecchia metafora della pesatura delle anime (usata già nell’antico Egitto e, in ambito cristiano, con la figura di San Michele Arcangelo).

Juan de Valdes Leal, "Finis gloriae mundi"
Juan de Valdes Leal, “Finis gloriae mundi”

Il significato immediato dell’opera è quindi quello suggerito dal titolo stesso del dipinto: per quanto si possa essere attaccati al mondo materiale, davanti alla morte tutti siamo uguali e tutti dobbiamo essere “pesati” non per le ricchezze che abbiamo messo da parte nel corso della vita ma per le azioni che abbiamo compiuto, le uniche che possono portare alla salvezza o, al contrario, alla dannazione.

Il secondo dipinto della serie dei “geroglifici” ha per titolo “In ictu oculi” e rappresenta una scena ancora più complessa, a mio avviso, della prima. Ora si osserva una grande morte, con tanto di falce, che osserva, con le sue vuote orbite, lo spettatore dell’opera; poggia il piede sinistro su di un mappamondo, probabile allusione  alla “temporalità” dell’esistenza,  ma sembra indicare tutti gli oggetti posti in primo piano, messi tutti in disordine tra di loro. Tra questi si osservano paramenti liturgici, spade, croci, libri…uno di essi è aperto sulla riproduzione di un arco di trionfo romano.

Nuovamente, anche in questo caso il messaggio dovrebbe essere il seguente: la morte è padrona della vita terrena e tutto quello che mettiamo da parte è destinato ad essere da lei raccolto. Resta il fatto che secondo me, sin dalla prima occhiata, si può comprendere come dietro a questi significati palesi altri rimangano molto nascosti. Per certi versi mi sembra di essere davanti alle immagini dei rebus dove ogni figura cela, oltre ad ogni apparenza, un significato sapientemente occultato.

Juan de Valdes Leal, "In icto oculi"
Juan de Valdes Leal, “In icto oculi”

Del resto, forse, non mi sbaglio, visto che il titolo delle due opere rimanda al linguaggio arcano par excellence, ossia quello geroglifico, che sin dai secoli del Rinascimento ha rivestito un’importanza fondamentale in tutta la tradizione ermetica che rimanda al più antico sapiente egiziano esistito, ossia il leggendario Ermete Trismegisto.

Concludo dicendo che non conosco assolutamente la vita dell’autore delle due opere da me riportate e che, forse, non ci sono significati nascosti nei due dipinti. Resta il fatto che la tradizione ermetica ha avuto, nel tempo, una fortissima influenza in tutti gli ambiti del sapere, soprattutto fino al XVI secolo e non rimarrei stupito di un qualche rimando a saperi nascosti anche in questi interessantissimi lavori.

Ermete Trismegisto e la visione di Dio.

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ermete    “Sali più in alto della più alta altezza; discendi più in basso della più abissale profondità. Richiama in te tutte le sensazioni di ciò che è creato, del fuoco e dell’acqua, dell’umido e del secco, immaginando di essere dovunque, sulla terra, nel mare, in cielo; di non essere ancora nato, poi di trovarti nel grembo materno, di essere quindi adolescente, vecchio, morto, al di là della morte. Se riesci ad abbracciare nel tuo pensiero tutte le cose insieme, tempi, spazi, sostanze, qualità, quantità, potrai comprendere Dio.

Ermete Trismegisto, Corpus Hermeticum; libera traduzione di Frances A. Yates