Mese: novembre 2016

Hegel e la dialettica “servo-signore”. Spunti di lettura

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Una delle pagine più famose della filosofia hegeliana è sicuramente quella che descrive il rapporto tra la figura del servo e quella del signore, spunto di partenza anche per molte riflessioni filosofiche successive.

padrone_che_batte_servoLe figure descritte da Hegel fanno la loro comparsa all’interno della “Fenomenologia dello Spirito” il cui titolo, originariamente, doveva essere la “Scienza dell’esperienza della coscienza”. Tutta l’opera, infatti, costituisce una sorta di “romanzo” che ha per protagonista la coscienza individuale e il suo cammino verso il Sapere Assoluto, un cammino dettato da precise tappe tra di loro connesse in modo necessario e organizzate secondo il famoso rapporto triadico, composto da una tesi, dalla sua antitesi e dalla sintesi che entrambe comprende.

Tutta la filosofia di Hegel pone l’accento sul necessario riconoscimento dell’alterità rispetto al sé e sul conseguente superamento della diversità nella sintesi. Anche sul piano strettamente umano, Hegel ci ricorda che:

“L’autocoscienza è in sé e per sé solo quando e in quanto è in sé e per sé per un’altra autocoscienza, cioè solo in quanto è qualcosa di riconosciuto” (p. 275). 

Gli esseri umani si riconoscono come autocoscienze solo nel momento in cui si pongono in relazione gli uni con gli altri; la specificità di ognuno è esplicitata solo nel rapporto con l’altro-da-sé, tuttavia questo reciproco “scambio” non avviene in modo immediato ma solo attraverso uno scontro tra le autocoscienze:

“Il rapporto tra le due autocoscienze, dunque, si determina come un dar prova di sé, a se stesso e all’altro, mediante la lotta per la vita e per la morte […] ed è soltanto rischiando la vita che si mette alla prova la libertà.” (p.281).

Come in una sorta di “stato di natura” di hobbesiana memoria, le due autocoscienze devono mettersi alla prova mettendo a repentaglio, pur di autoaffermarsi, la loro stessa esistenza. Solo l’autocoscienza capace di rischiare totalmente la vita potrà trovare un vero e proprio riconoscimento di sé e diventerà, nella terminologia hegeliana, un “signore”; l’autocoscienza incapace di rischiare, viceversa, non troverà un immediato riconoscimento di sé e diventerà subordinata al signore: nasce la figura del “servo”:

“Il signore si rapporta dunque mediatamente al servo attraverso l’essere autonomo […]; il servo si è rivelato non-autonomo proprio perché ha voluto avere la propria auotonomia nella cosalità. Il signore, invece, avendo dimostrato nella lotta di considerare l’essere autonomo soltanto come un negativo, è la potenza che domina su questo essere […], il signore si rapporta mediatamente alla cosa attraverso il servo […], il servo può solo trasformarla col proprio lavoro”. (pp. 283-285).

quarto-stato1Si va quindi a costituire un rapporto di sudditanza del servo rispetto alla figura del signore/padrone. Tuttavia, grazie ai tipici aspetti di rovesciamento dialettico della filosofia hegeliana, anche il servo riuscirà a trovare riconoscimento di sé proprio grazie al lavoro. E’ proprio l’attività manuale di “trasformazione della natura”, peculiare del lavoro servile, che porterà il servo a sperimentare la coscienza di sé e a sviluppare la prima forma di vera libertà, una libertà più forte di quella del signore, la cui esistenza dipende proprio dal lavoro del suo “sottoposto”:

“Il rapporto negativo verso l’oggetto diviene adesso forma dell’oggetto stesso, e diviene qualcosa di permanente, proprio perché l’oggetto ha autonomia agli occhi di chi lo elabora […]; con il lavoro, la coscienza esce fuori di sé per passare nell’elemento della permanenza […]; in effetti, formando la cosa, la coscienza vede divenire suo oggetto la propria negatività, il proprio essere-per-sé, solo perché essa rimuove la forma essente opposta” (p. 289)

“Nel lavoro, dunque, in cui essa sembrava essere solo un senso estraneo, la coscienza ritrova sé mediante se stessa e diviene senso proprio” (p. 291).

(I passi sono stati tratti dall’edizione Bompiani 2004, traduzione di Vincenzo Cicero).

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“Noi”, la distopia di Zamjatin che anticipa Orwell.

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noi-volandGrazie ai suggerimenti che il mio ormai fedele “Kindle” mi propone puntualmente nella sua home page, mi sono recentemente imbattuto in una “nuova” distopia davvero molto interessante, pubblicata in inglese nel 1924  dallo scrittore russo Evugenij Ivanovic Zamjatin.

Ambientata in un non meglio precisato futuro, la storia descrive una società governata dal “Benefattore”, dove le persone si comportano tutte allo stesso modo all’interno di giornate scandite da un ferreo  e rigoroso orario da rispettare che regola le azioni di ciascuno. Uomini e donne, ormai senza nome ed identificati da sigle alfanumeriche, possono incontrarsi privatamente solo per due ore al giorno attraverso un sistema di prenotazioni con tagliandi rosa che permettono a ciascuno di accoppiarsi con la persona prenotata. La famiglia non esiste più, i figli appartengono allo stato, la libertà di pensiero e di comportamento è scomparsa. La città è inoltre cinta da un Muro oltre il quale  dovrebbe esistere solo il nulla, generato dalla disastrosa “Guerra dei duecento anni”.  Tuttavia, come si scopre ben presto, oltre al muro esistono dei sopravvissuti al conflitto che cercheranno, attraverso alcune persone a conoscenza del fatto, di rovesciare il governo del Benefattore e rivoluzionare la società.

Censurata nell’Unione Sovietica, dove venne pubblicata solo nel 1988, l’opera di Zamjatin è una chiara riflessione a toni scuri sui lati negativi interni alla Russia di inizio Novecento; i lati più deprecabili della società sovietica sono portati all’eccesso, gli uomini non godono ormai più del libero arbitrio, consegnandosi al Benefattore attraverso un’operazione in grado di eliminare dal cervello la zona deputata alla formazione della fantasia, vista come vera e principale nemica dell’ordine costituito; compito della “Grande Operazione” è infatti quello di “essere liberati dai punti di domanda che serpeggiano come vermiciattoli, rodono come tarli” in modo da massificare il più possibile tutti gli esseri umani.

Il compito del genere distopico, figlio novecentesco di quello utopico, è sicuramente quello di farci riflettere sui pericoli connessi al nostro modo di vivere. Opere come “Il mondo nuovo” di Huxley o “1984” di Orwell, senza dimenticare la recentissima “Caverna” di Saramago ci mettono in guardia, ci forniscono un monito. Purtroppo, a mio avviso, la maggior parte di questi ammonimenti non vengono presi assolutamente in considerazione dai politici che ci governano i quali, invece di far intraprendere alla società un corso diverso, sembrano spingere la stessa proprio verso i sogni distorti elaborati da questi grandi scrittori.