Società

Hobbes e Kubrick: lo stato di natura

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1415182318_2001_a_space_odyssey_scimmiaIl titolo di questo articolo collega due nomi che difficilmente si possono trovare abbinati insieme…quale legame ci può mai essere tra un filosofo inglese del XVII secolo ed uno dei più grandi registi cinematografici del secolo scorso? La chiave di risposta è da ricercarsi, a mio avviso, nell’analisi del concetto di “stato di natura”, uno dei temi fondamentali presenti nel “Leviatano”, opera principale di Hobbes.

Nel “Leviatano” Hobbes descrive, come è noto, le cause che hanno portato gli uomini  a legarsi tra di loro per formare delle società. Per il filosofo inglese, a differenza della nota posizione di Aristotele, l’uomo non è un “animale sociale”, anzi, ma per sua stessa natura tende ad una forte “asocialità”. Nelle parole di Hobbes:

se due uomini desiderano una stessa cosa che d’altra parte non possono godere insieme essi diventano nemici; e per ottenere il loro scopo, che consiste principalmente nella propria conservazione, e molte volte la ricerca soltanto del proprio piacere, ognuno dei due tenta di sopprimere o di sottomettere l’altro. Per questo avviene che mentre un invasore non ha da temere altro che il solo potere di un altro uomo, se uno pianta, semina, costruisce, o possiede un’abitazione confortevole, è possibile che altri vengano organizzati con forze unite per spossessarlo e privarlo non soltanto del frutto del suo lavoro ma anche della vita, o della libertà

Tra i vari motivi che avrebbero portato gli uomini a scontrarsi fra di loro nello stato di natura, pertanto, Hobbes pone in primo piano la rivalità che scaturisce dalla volontà di due o più persone di appropriarsi della stessa risorsa. In un mondo dove gli uomini sono “lupi per gli altri uomini”, dove ogni conquista può essere messa in discussione da un altro uomo e la stessa vita è costantemente a rischio, avviene il necessario passaggio ad una società con delle regole, con delle leggi, uniche condizioni che, pur limitando la libertà dei singoli, possono garantire almeno il diritto alla vita. Non è questa la sede per descrivere le caratteristiche della forma di governo elaborata da Hobbes nel “Leviatano”, argomento che probabilmente riprenderò in un futuro post.

Ritornando al titolo del post, perché Kubrick? La risposta risiede nella prima parte della mia opera preferita del regista, “2001: Odissea nello spazio”. Le prime scene del film raccontano chiaramente, a mio avviso,  la condizione degli uomini nello stato di natura. Certo, non siamo davanti a veri e propri uomini ma ai loro antenati, i primati (tra Hobbes e Kubrick c’è stato un certo Darwin…)ma le condizioni di vita assomigliano alla situazione descritta da Hobbes. C’è una scena, fra tutte, che simboleggia la rivalità tra gruppi di primati, quella per il possesso di una pozza d’acqua, fonte primaria di vita. A mio avviso Kubrick è riuscito in modo magistrale a raccontare la comparsa dell’uomo sulla Terra, la paura nei confronti degli altri simili, il terrore causato dal tramonto del Sole e dalla comparsa del buio (senza la certezza del ritorno della luce).  Per chi ne avesse voglia, metto qui di seguito un link alla prima parte del film; nella parte selezionata fa la sua comparsa anche il famoso monolito nero, oggetto assolutamente misterioso che nasconde una profonda simbologia…anche in questo caso mi riserbo di affrontare i suoi significati nel prossimo futuro. A presto!

2001: A space odissey

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Hegel e la dialettica “servo-signore”. Spunti di lettura

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Una delle pagine più famose della filosofia hegeliana è sicuramente quella che descrive il rapporto tra la figura del servo e quella del signore, spunto di partenza anche per molte riflessioni filosofiche successive.

padrone_che_batte_servoLe figure descritte da Hegel fanno la loro comparsa all’interno della “Fenomenologia dello Spirito” il cui titolo, originariamente, doveva essere la “Scienza dell’esperienza della coscienza”. Tutta l’opera, infatti, costituisce una sorta di “romanzo” che ha per protagonista la coscienza individuale e il suo cammino verso il Sapere Assoluto, un cammino dettato da precise tappe tra di loro connesse in modo necessario e organizzate secondo il famoso rapporto triadico, composto da una tesi, dalla sua antitesi e dalla sintesi che entrambe comprende.

Tutta la filosofia di Hegel pone l’accento sul necessario riconoscimento dell’alterità rispetto al sé e sul conseguente superamento della diversità nella sintesi. Anche sul piano strettamente umano, Hegel ci ricorda che:

“L’autocoscienza è in sé e per sé solo quando e in quanto è in sé e per sé per un’altra autocoscienza, cioè solo in quanto è qualcosa di riconosciuto” (p. 275). 

Gli esseri umani si riconoscono come autocoscienze solo nel momento in cui si pongono in relazione gli uni con gli altri; la specificità di ognuno è esplicitata solo nel rapporto con l’altro-da-sé, tuttavia questo reciproco “scambio” non avviene in modo immediato ma solo attraverso uno scontro tra le autocoscienze:

“Il rapporto tra le due autocoscienze, dunque, si determina come un dar prova di sé, a se stesso e all’altro, mediante la lotta per la vita e per la morte […] ed è soltanto rischiando la vita che si mette alla prova la libertà.” (p.281).

Come in una sorta di “stato di natura” di hobbesiana memoria, le due autocoscienze devono mettersi alla prova mettendo a repentaglio, pur di autoaffermarsi, la loro stessa esistenza. Solo l’autocoscienza capace di rischiare totalmente la vita potrà trovare un vero e proprio riconoscimento di sé e diventerà, nella terminologia hegeliana, un “signore”; l’autocoscienza incapace di rischiare, viceversa, non troverà un immediato riconoscimento di sé e diventerà subordinata al signore: nasce la figura del “servo”:

“Il signore si rapporta dunque mediatamente al servo attraverso l’essere autonomo […]; il servo si è rivelato non-autonomo proprio perché ha voluto avere la propria auotonomia nella cosalità. Il signore, invece, avendo dimostrato nella lotta di considerare l’essere autonomo soltanto come un negativo, è la potenza che domina su questo essere […], il signore si rapporta mediatamente alla cosa attraverso il servo […], il servo può solo trasformarla col proprio lavoro”. (pp. 283-285).

quarto-stato1Si va quindi a costituire un rapporto di sudditanza del servo rispetto alla figura del signore/padrone. Tuttavia, grazie ai tipici aspetti di rovesciamento dialettico della filosofia hegeliana, anche il servo riuscirà a trovare riconoscimento di sé proprio grazie al lavoro. E’ proprio l’attività manuale di “trasformazione della natura”, peculiare del lavoro servile, che porterà il servo a sperimentare la coscienza di sé e a sviluppare la prima forma di vera libertà, una libertà più forte di quella del signore, la cui esistenza dipende proprio dal lavoro del suo “sottoposto”:

“Il rapporto negativo verso l’oggetto diviene adesso forma dell’oggetto stesso, e diviene qualcosa di permanente, proprio perché l’oggetto ha autonomia agli occhi di chi lo elabora […]; con il lavoro, la coscienza esce fuori di sé per passare nell’elemento della permanenza […]; in effetti, formando la cosa, la coscienza vede divenire suo oggetto la propria negatività, il proprio essere-per-sé, solo perché essa rimuove la forma essente opposta” (p. 289)

“Nel lavoro, dunque, in cui essa sembrava essere solo un senso estraneo, la coscienza ritrova sé mediante se stessa e diviene senso proprio” (p. 291).

(I passi sono stati tratti dall’edizione Bompiani 2004, traduzione di Vincenzo Cicero).

“Noi”, la distopia di Zamjatin che anticipa Orwell.

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noi-volandGrazie ai suggerimenti che il mio ormai fedele “Kindle” mi propone puntualmente nella sua home page, mi sono recentemente imbattuto in una “nuova” distopia davvero molto interessante, pubblicata in inglese nel 1924  dallo scrittore russo Evugenij Ivanovic Zamjatin.

Ambientata in un non meglio precisato futuro, la storia descrive una società governata dal “Benefattore”, dove le persone si comportano tutte allo stesso modo all’interno di giornate scandite da un ferreo  e rigoroso orario da rispettare che regola le azioni di ciascuno. Uomini e donne, ormai senza nome ed identificati da sigle alfanumeriche, possono incontrarsi privatamente solo per due ore al giorno attraverso un sistema di prenotazioni con tagliandi rosa che permettono a ciascuno di accoppiarsi con la persona prenotata. La famiglia non esiste più, i figli appartengono allo stato, la libertà di pensiero e di comportamento è scomparsa. La città è inoltre cinta da un Muro oltre il quale  dovrebbe esistere solo il nulla, generato dalla disastrosa “Guerra dei duecento anni”.  Tuttavia, come si scopre ben presto, oltre al muro esistono dei sopravvissuti al conflitto che cercheranno, attraverso alcune persone a conoscenza del fatto, di rovesciare il governo del Benefattore e rivoluzionare la società.

Censurata nell’Unione Sovietica, dove venne pubblicata solo nel 1988, l’opera di Zamjatin è una chiara riflessione a toni scuri sui lati negativi interni alla Russia di inizio Novecento; i lati più deprecabili della società sovietica sono portati all’eccesso, gli uomini non godono ormai più del libero arbitrio, consegnandosi al Benefattore attraverso un’operazione in grado di eliminare dal cervello la zona deputata alla formazione della fantasia, vista come vera e principale nemica dell’ordine costituito; compito della “Grande Operazione” è infatti quello di “essere liberati dai punti di domanda che serpeggiano come vermiciattoli, rodono come tarli” in modo da massificare il più possibile tutti gli esseri umani.

Il compito del genere distopico, figlio novecentesco di quello utopico, è sicuramente quello di farci riflettere sui pericoli connessi al nostro modo di vivere. Opere come “Il mondo nuovo” di Huxley o “1984” di Orwell, senza dimenticare la recentissima “Caverna” di Saramago ci mettono in guardia, ci forniscono un monito. Purtroppo, a mio avviso, la maggior parte di questi ammonimenti non vengono presi assolutamente in considerazione dai politici che ci governano i quali, invece di far intraprendere alla società un corso diverso, sembrano spingere la stessa proprio verso i sogni distorti elaborati da questi grandi scrittori.

La “Buona scuola” e le scuole paritarie

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Ci stiamo sempre più avvicinando alle fasi finali del progetto “Buona scuola”, con le imminenti operazioni di trasferimento descritte nella tanto discussa legge 107/2015. Il progetto del governo, come è ormai risaputo, ha portato all’assunzione di numerosi insegnanti che da tempo “ristagnavano” nelle Graduatorie ad esaurimento (GAE) e che nel corso degli anni hanno lavorato con più o meno continuità anche grazie, come il sottoscritto, attraverso contratti di lavoro con Istituti paritari.

Ora, il complesso sistema di reclutamento degli insegnanti ha sempre previsto l’assegnazione di 12 punti annui al servizio prestato sia presso scuole statali, sia presso scuole paritarie. Non un punto in meno, non uno in più….Il punteggio così costituito è stato la base per le nomine in ruolo previste dalla legge 107 (che da questo punto di vista non pone differenze fra stato e privato). I nodi cominciano a venire al pettine solo con la mobilità che, per la prima volta nella storia della scuola italiana, che io sappia, diventa obbligatoria e coatta. E sì, perché adesso il calcolo del punteggio, valido ai fini dei trasferimenti, non tiene più in considerazione, nemmeno in parte, il punteggio prestato presso le scuole secondarie private. La cosa non ha assolutamente senso.

Mi hanno detto che il servizio non può essere considerato perché lo può essere solo quello che serve alla “ricostruzione di carriera”. Ma cosa vuol dire? Ho capito che lo Stato non vuole pagare gli “scatti di anzianità” dovuti in base agli anni prestati, in quanto chi ha lavorato nella paritaria è stato retribuito dalle private. Ma cosa c’entra tutto questo con la valutazione del servizio?  Come si può essere considerati con 0 punti di servizio, dopo 10 e passa anni prestati in una scuola che nel corso degli anni ha fatto mettere i punti nelle GAE e che ha “sfornato” diplomati in tutto e per tutto uguali ai diplomati nello Stato? E, ancora, come si possono non attribuire punti ai percorsi SSIS? Perché i sindacati non intervengono in quello che io vedo un vero e proprio “vuoto normativo”?

Mi si dirà anche che il servizio nelle paritarie non è mai stato contato per i trasferimenti…ma io rispondo a tale domanda con la semplice constatazione che, ad oggi, ogni assunto da GAE ha SEMPRE avuto la sicurezza di lavorare nella provincia di assunzione. Ora, invece, siamo stati assunti con un grosso punteggio che ci ha permesso di restare nella città espressa nella prima preferenza del piano di assunzioni straordinario e ci apprestiamo a doverci muovere in tutta Italia, perché quel punteggio non lo abbiamo più.

Sono indignato da questo sistema perverso.

L’armata dei sonnambuli, un capolavoro di Wu Ming

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La copertina del libro
La copertina del libro

Ho appena finito di leggere questo poderoso volume di circa 800 pagine e devo dire di essere rimasto davvero colpito, in modo positivo, dall’ultimo lavoro di Wu Ming. Il libro è una miniera di informazioni davvero sorprendente per gli appassionati di storia e la trama  è costruita in modo davvero attento e preciso, con una cura per i dettagli quasi maniacale. Scrivere un’opera tanto complessa e documentata non deve essere stato facile per il collettivo di scrittori che si cela dietro l’enigmatico nome di Wu Ming, ma lo sforzo è davvero riuscito a presentare una Rivoluzione Francese come non si era mai vista. Credo che non riuscirò mai più a spiegare questo fondamentale evento della storia senza fare riferimento a Scaramouche, l’eroe mascherato, ai “muschiatini” e a tutti i complotti orditi dai fedeli della monarchia contro la repubblica. Ogni personaggio trova una sua contestualizzazione puntuale e la trama cresce, all’inizio pian piano, lasciando più spazio al racconto degli eventi storici, per poi aumentare in tensione verso la fine del libro. Forse il mio personaggio preferito è il dottore mesmerista D’Amblanc ma tutti, da quelli principali ai comprimari, difficilmente potranno cancellarsi dalla mia memoria.

Pink Floyd – Marooned

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Ho sempre amato questo brano tratto dall’ultimo disco di inediti dei Pink Floyd, The Division Bell, dell’ormai lontano 1994. Ritorno indietro nel tempo e ricordo di quando, ragazzino, frequentavo la prima e la seconda superiore. Sono passati davvero un bel po’ di anni ma il mio amore per la loro musica non è mai scemato, anzi. Pur restando un accanito watersiano ho imparato col tempo ad apprezzare le opere dove l’arte del genio creativo delle origini è assente. E in particolare, in questo brano, la chitarra di Gilmour e il piano di Wright si fondono in un tutto armonico di incomparabile bellezza. Recentemente il brano è stato arricchito da questo ottimo video che associa la musica alle rovine della città di Chernobyl, inducendo l’ascoltatore ad un’intima riflessione con la Storia e il ruolo dell’uomo sul pianeta.
Tra pochi giorni uscirà il nuovo disco dei Floyd, The endless river, dove saranno proposti brani composti durante le stesse sessions musicali che hanno portato a The Division Bell; sarà molto emozionante ritornare a sentire le note di Wright e compagni.

Noi e loro….Us and them, Pink Floyd masterpiece

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La storia della musica è disseminata da canzoni bellissime. Ma per quanto mi sforzi di cercare non riesco a trovare una sintesi così perfetta tra musica e parole come quella presente nelle musiche dei Pink Floyd. O, forse, l’ascolto ormai più che ventennale delle loro canzoni si è ormai imposto nella mia psiche in modo indelebile facendo impallidire qualsiasi altro brano.

Tra i vari capolavori floydiani spicca “Us and them”, dal pluripremiato disco “The dark side of the moon”; credo che in ogni abitazione dovrebbe trovarsi una copia di questo disco; in effetti, quando entro in casa di qualcuno, sono portato a sbirciare tra i libri e i cd presenti negli scaffali….mi dicono molto sulla personalità e sul modo di pensare del loro proprietario…e trovare i Pink mi rende sempre molto soddisfatto.

Us & Them, capolavoro assoluto nato dalla perfetta sintesi dei testi di Roger Waters e dalla musica di quel genio che è stato Richard Wright. Note dolcissime intervallate da lampi di violenza inaudita….il tutto accompagnato da un testo che ci fa capire come ogni essere umano sia uguale all’altro e come inutilmente combatta inesorabilmente una battaglia segnata dal nonsenso, giorno dopo giorno, in un percorso ciclico di schopenhaueriana memoria.

Come riuscire a non amare questa musica?!?

TESTO:

Us and them

and after all we’re only ordinary men
me and you
God only knows it’s not what we would choose to do
forward he cried from the rear
and the front rank died
and the General sat, and the lines on the map
moved from side to side

Black and blue
and who knows which is which and who is who
up and down
and in the end it’s only round and round and round
haven’t you heard it’s a battle of words
the poster bearer cried
listen, son, said the man with the gun
there’s room for you inside

Down and out
it can’t be helped but there’s a lot of it about
with, without
and who’ll deny it’s what the fighting’s all about
out of the way, it’s a busy day
I’ve got things on my mind
for want of the price of tea and a slice
the old man died